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Tema 2023: Il Mistero delle Pantane

Una favola bugiarda

di Matesch
da Mentana (RM)

Buona lettura

Una favola bugiarda

di Matesch

«Primo, abbiamo un problema.»
«Già di buon mattino Giacomo, un problema?»
«No, abbiamo un grosso problema.»
Giacomo prende in fretta i remi della sua barca – la Guenda – legno di larice finemente lavorato dal maestro d’ascia Luciano, colore del lago: blu scuro e verde smeraldo, con il rischio di sbilanciarsi e cadere in acqua. È solo la paura che gli è presa allo stomaco a non consentirgli di valutare i pericoli anzi, gli infonde una bella adrenalina che lo fa tornare ragazzino. Inizia a remare con foga. Dopo un tempo che sembra infinito, approda al piccolo molo con le braccia che sembrano infuocate e, senza scaricare la barca dagli attrezzi per la pesca, si avvia verso il centro di Trevignano seguito da Primo. I due uomini non sono più veloci come una volta e il terreno non è così stabile come vorrebbero.
Primo fa fatica a star dietro all’amico che percorre la piccola spiaggetta a tutta velocità. Lui, con la sua mole, non riesce a stare al passo e si sente in debito di ossigeno. Il suo respiro si fa più veloce e inspira più aria del necessario, tanto da provocargli dei colpi di tosse, ma non demorde. Vede la schiena di Giacomo già al di là della spiaggetta, capisce, dai movimenti veloci, che si è tolto gli stivali di gomma e si sta avviando verso il furgone bianco parcheggiato poco più avanti, mentre lui è ancora a metà del bagnasciuga. Lo raggiunge qualche minuto più tardi, con il respiro corto e il sudore che si fa sempre più copioso sulla fronte, allo stesso tempo sente dei rivoli freddi scendergli dalla schiena alle reni. In silenzio, si toglie gli stivali anche lui e, scalzo, procede verso il furgoncino di Giacomo che lo sta aspettando, tessa bassa, seduto sul retro a porte aperte. Il vecchio adesivo blu della ditta di impianti elettrici dell’amico è ormai solo un ricordo, del quale è rimasto visibile solo il contorno, delineato dalla polvere addensata sulla colla con cui era attaccato alle ante del mezzo. Giacomo è in pensione da qualche anno e la scritta pubblicitaria fu rimossa non appena appese la partita iva al chiodo.
«Pensi che sia possibile?» chiede Primo all’amico, infilando gli scarponcini da passeggio lasciati nel retro del furgone e ripone gli stivali di gomma.
«È passato così tanto tempo!» Giacomo fa segno di no e resta a testa bassa, rigirando le dita delle mani come un gioco di bambini.
«Già, tanto.» Primo sospira e si siede a fianco all’amico sul retro del furgone. Nessuno dei due sa cosa fare e nessuno dei due vuole fare qualcosa, non in questo caso.
«Inutile, qualsiasi cosa mi venga in mente, è sbagliata. Andiamo a dirlo a Chiara, lei saprà cosa fare.»
Primo allunga la mano destra all’amico Giacomo e si alzano insieme, mano nella mano. Come per quel patto stipulato una vita fa, si dirigono a piedi verso l’ufficio di Chiara. Dal parcheggio all’ufficio turistico dove lavora Chiara ci sono poche centinaia di metri e i due uomini affrontano quel percorso in completo silenzio. Nessuno avrebbe voluto ritirare fuori una storia come quella e, soprattutto, entrambi erano certi che tutti in paese avessero dimenticato. In fondo, quel patto lo avevano dimenticato anche loro, insieme a tutto ciò che ne era susseguito ma, nella realtà, avevano solo insabbiato nei loro cuori quello che tutti avevano deciso di cancellare per continuare a vivere.
«Ehi voi due birbanti!» Chiara li accoglie con un sorriso che la rende la più bella del mondo, prima di saltare al collo di suo padre e stringerlo forte forte per riempirlo di baci. Anche se ha quasi quarant’anni, con suo papà è una bambina e anche a lui piace che sia così affettuosa.
«Ciao amore mio. Noi…dovremmo parlare con te, in privato.» Giacomo parla sottovoce nell’orecchio di Chiara, tenendola stretta tra le braccia.
«Cos’è successo? Avete due facce buie.» Chiara stropiccia le guance di suo papà con aria interrogativa. Giacomo le fa segno con la testa di uscire e, senza dire altro, Chiara lo segue guardando con dubbio e curiosità anche suo zio Primo.
In ufficio rimane Pietro, il collega di Chiara, con il quale c’è un tacito accordo: qualsiasi problema, non è un mio problema, ma se la famiglia chiama, si corre in qualsiasi momento. Due porte più in là c’è il bar di Tommaso, ma per tutti è il bar di casa, dove si rifugiano coloro che non fanno parte dei turisti e degli abitanti delle seconde case sul Lago. I tre si siedono a un tavolo fuori, prospiciente la riva, dove alcune garzette stanno beccando qua e là vicino la spiaggetta deserta. Poco dopo Tommaso porta due caffè neri e un succo di frutta all’albicocca. Il lago è taciturno, calmo e l’acqua è appena mossa dalla brezza di fine estate. I salici piangono sull’acqua bassa, le piante di iris e ranuncoli sono già sfiorite da giorni, i sambuchi hanno già i frutti molto maturi, tutta la fauna del lago sembra essere tacitata da ciò che sta succedendo. È così paradossale.
«Hai ancora contatti con Lucio di Roma?» È la prima parola che viene fuori dopo diversi minuti di silenzio totale, di sguardi diretti solo verso l’acqua, di un nulla assordante.
«Lucio? Sì, sì, ma Lucio, quel Lucio, il Questore, papà?» Chiara non sa dove voglia arrivare suo padre e inizia a essere preoccupata se chiede di un questore.
«Sì, io e Primo abbiamo un problema, beh più io che lui, ma noi…insomma, mi serve parlare con una autorità!» Giacomo snocciola la frase senza prendere fiato e guarda sua figlia dritta negli occhi.
«Papà, non so che state nascondendo tu e zio Primo, però ci sono altre autorità qui, perché non parli con loro prima di mettere in mezzo addirittura un questore di Roma? Sai che significherebbe?» ma Giacomo e Primo non rispondono, scuotono la testa entrambi in segno di diniego, Giacomo continua a guardare sua figlia negli occhi, Primo tamburella con le dita sul tavolinetto.
«D’accordo, – continua Chiara – va bene, con me non parlate. Allora vi dico che non è tanto difficile, visto che Lucio è qui e ci resterà almeno fino a fine anno.»
«Chiamalo! Subito!» Giacomo si alza di scatto facendo cadere la sedia di ferro che rimbomba in tutto il piccolo gazebo, facendo volare via le garzette dalla riva.
Lucio arriva al bar mezz’ora dopo la chiamata allarmante di Chiara. Sono amici dalle elementari, ma Chiara ha continuato un percorso di studi nell’ambito turistico per restare a lavorare nel suo paese di nascita, Lucio ha preferito la carriera militare per andare via dal paese e, dopo essersi iscritto all’accademia di polizia, è riuscito a laurearsi in giurisprudenza con master in Scienze della Polizia, riuscendo a diventare Questore. Il ragazzo, ormai diventato uomo di successo e potere, è sempre rimasto “Lucio di Mimma” per tutti, a ricordo di sua nonna Mimma, postina locale per un tempo indefinito. Prima di arrivare al bar, deve salutare almeno una mezza dozzina di persone che lo riconoscono e gli stringono la mano. Fa sempre comodo a tutti conoscere uno che conta. Se non lo si conosce Lucio sembra un quarantenne moderno e scapigliato. Arriva al bar sulla vecchia bicicletta Bianchi della mamma, in pantaloncini e polo blu in tinta, pedala con gli infradito e porta i capelli brizzolati, legati all’indietro a coda di cavallo; l’unica cosa che fanno di lui una autorità, è la ventiquattrore in cuoio marrone con evidenti segni del tempo e dell’attaccamento scaramantico a ciò che ti ha portato fortuna nei casi più difficili della tua carriera. La porta sempre con sé, insieme ai segreti che contiene e conserva. Parcheggia la bicicletta nei posti riservati e si avvia con la valigetta verso i tre, seduti al tavolino che lo stanno aspettando.
«Eccoti!» Chiara si alza per prima ad abbracciare l’amico, seguita da Primo e in ultimo da suo padre.
«Mi avete fatto prendere un colpo con quella telefonata. Allora dovete parlare all’amico o al questore?» Lucio si siede, tenendo stretta la valigetta, nell’ultima delle quattro sedie in ferro attorno al tavolo e ordina a Tommaso un cappuccino scuro.
«Dobbiamo…anzi devo raccontarti una storia. È meglio che la sappia tu, magari come amico e poi mi puoi consigliare come questore, io non lo so, però…devo dirtelo, tanto ormai…prima che esca pubblicamente, perché ci andranno e poi, devi capire che quando lo diranno, sì perché arriveranno i giornalisti e succederà un casino e…» Giacomo racconta parole senza senso e Lucio lo interrompe.
«Fermo! Giacomo così non capisco. Inizi per favore pian piano, altrimenti non posso aiutarti.»
«Avevamo quindici, forse sedici anni…» inizia a raccontare Giacomo.
«Chi? Iniziamo col mettere i soggetti a questa storia.» Lucio apre la ventiquattrore e tira fuori dei fogli bianchi insieme a una matita gialla, con la mina ben temperata e la gomma rosa incastonata.
«Che fai? Prendi appunti?» Primo si intromette, bloccando la mano di Lucio che sta per iniziare a scrivere su uno dei fogli.
«Prendo appunti sì, devo segnare i punti deboli e quelli forti, le cose a vostro favore e quelle contro, tanto ho già capito che qui Lucio l’amico, avrà ben poco da consigliare. Avanti con il racconto.»
«Però poi lo scritto, com’è il detto? Carta resta, no?» Primo è molto agitato, si tormenta le unghie.
«Più o meno. Sì, lo scritto resta, ma la carta finisce anche nel camino…volendo. Avanti con questo racconto e cerchiamo di stare tutti tranquilli, con la mente libera.» Lucio non si libererà mai della sua veste, nemmeno adesso, a sentir raccontare un fatto da coloro che da piccolo gli hanno preparato tante merende con pane e marmellata e gli hanno riparato le forature della bici con le tip top.
«Io e Primo avevamo quindici, forse sedici anni, andavamo alla scuola professionale a Viterbo, ma il pomeriggio, dopo aver aiutato in casa, andavamo alla scuola di teatro di Mario, te lo ricordi Mario che aveva la pizzeria?»
Fanno tutti segno di sì con la testa. Mario se lo ricordano tutti, perché spesso regalava la pizza ai ragazzini, con la promessa che il pomeriggio sarebbero andati nella sua cantina a giocare al teatro. Era un bravo insegnante e si diceva fosse stato allievo di Visconti, ma chi ne ha mai avuto la certezza?
«Bene, quell’anno Mario volle fare le cose in grande per la festa di fine estate e così organizzò il racconto della favola “La barca che va per mare e che va per terra” con noi ragazzini della scuola della cantina del teatro insegnato da lui e un balletto classico. Tu dirai che c’entra il balletto classico? L’estate del ‘74 ospitava una colonia estiva della “École de danse classique de Lyon” – la scuola di balletto di Lione – e Mario si mise d’accordo con la loro insegnante, Madame Annette, per fare una doppia esibizione. La Madame fu subito accondiscendente, un po’ per il suo egocentrismo, un po’ per far tenere in allenamento i suoi ballerini oltre a farli riposare in vacanza al lago in Italia. Quindi tutti, e dico tutti, i pomeriggi di quella estate, prima noi del teatro e dopo i ballerini ci riunivamo a Le Pantane per fare le prove dei due spettacoli. Mario e Madame avevano deciso di farci esibire sull’acqua. Come? Il lago non era così come lo vedi oggi. Le Pantane non esistevano, se non per noi del posto. C’era la spiaggia selvatica, le canne, la tifa e le altre piante acquatiche, tanti uccelli, rane e pesci, così Mario fece costruire una piattaforma sull’acqua, vicino la riva, alla quale si accedeva dalla spiaggia e da un piccolissimo pontile in legno.
Sospira Giacomo e guarda verso il lago.
«Ah quei pomeriggi! Il nostro spettacolo faceva ridere a confronto della bellezza di quei ballerini, che movimenti, che grazia, che romanticismo! E poi la storia…già, la storia. “Il lago dei cigni”, non ci poteva essere posto più perfetto per metterlo in scena: il lago, sul lago. Pomeriggio dopo pomeriggio mi fermavo sempre a guardare le prove del balletto, osservavo Céline nei panni di Odette e Pierre nei panni di Siegfried, gli altri ballerini dei quali non ricordo il nome ma che nell’opera sono il malvagio Rothbart, Odile e la regina Madre, che meraviglia per i miei occhi! Odette che trasformata in cigno era più aggraziata dei veri cigni che costeggiavano Le Pantane e le altre rive del Lago. Che bellezza Odette! E dovevi vedere Pierre, che slanci, che piroette e che fisico! Più li guardavo e più ai miei occhi la favola diveniva realtà. Ma…nelle storie belle c’è sempre un ma e nelle favole c’è sempre una tragedia. Che io sia maledetto Lucio! Che cosa ho fatto!
Giacomo si porta la testa tra le mani e singhiozza, ma continua il suo racconto.
«Avevo cercato in tutti i modi di stabilire un contatto con Pierre, nonostante io non parlassi francese e lui non parlasse italiano, ma ci si capisce alla fine in qualche modo. Per quasi tre settimane, dopo le prove, io e Pierre andavamo a passeggiare lungo le rive, gli mostrai Le Pantane e quello che oggi si chiama Lagusiello, le altre sponde e i posti più belli e nascosti del Lago. Al tramonto gli spiegai quanti e quali animali vivevano in questa zona lacustre e ci raccontammo cosa avremmo voluto fare dopo gli studi. Io sarei voluto andare a Lione! Pierre mi raccontò della durezza dell’accademia di balletto classico, della lontananza dalla sua famiglia, delle ristrettezze alimentari e gli sfiancanti allenamenti con Madame, ma era felice. Io ero felice, Lucio!
Giacomo alza il viso ed è bagnato dalle lacrime, contratto in quelle che sono smorfie di un dolore interno, intimo e segreto.
«Poi arrivò il giorno delle prove generali. Il giorno successivo ci sarebbero stati gli spettacoli e poi loro sarebbero ripartiti per Lione. Nella mia mente, e nel mio cuore, avrei raggiunto la Francia appena possibile, insomma…appena avessi racimolato qualche centomila lire per comprare un biglietto del treno e cambiare in franchi quel che restava per le prime necessità. Avrei fatto dei lavoretti, avrei messo da parte tutto ciò che avrei potuto, ma avrei raggiunto Pierre. Ah Pierre! Quando finimmo le prove generali di teatro, il gruppo del balletto era arrivato e si stavano mettendo gli splendidi costumi di scena fatti arrivare da Lione, dove era stato portato nei teatri l’anno precedente. Andai dietro le tife, dove avevamo allestito una sorta di spogliatoio, e vidi Siegfried tra le braccia di Odette! Ah maledetto me e il mio cuore, Lucio! Ho pensato a una sola cosa in quel momento: il tradimento di Pierre era troppo doloroso per me.
Giacomo non piange più, il suo viso ha cambiato aspetto, adesso è teso, pungente, distaccato. Il suo racconto si fa freddo, piatto, senza tono né sentimento.
«Attesi la fine delle prove. Quando se ne andarono tutti, chiesi a Pierre e a Céline di poter parlare loro, con la scusa di un regalo per Mario e Madame in vista dello spettacolo del giorno seguente. Loro non sospettarono nulla. Il sole ormai era tramontato e l’acqua del lago si era increspata al venticello della sera che tira sempre da questa parte di spiaggia. Restammo soli e io, Lucio, accoltellai entrambi. Una coltellata al cuore per Odette, che morì all’istante; diciotto coltellate per Siegfried, tanti erano i giorni che avevamo passato insieme. Perché io dovevo essere Odette e non Céline, la graziosa Céline. Nel frattempo dal lato opposto arrivò Primo con la mia barca, quella lì blu e verde, caricammo i corpi e li gettammo in un posto dove non sarebbe dovuto mai arrivare nessuno. Primo aveva portato i sacchi e li aveva riempiti con dei massi recuperati lungo lago. Li buttammo in acqua, così come si buttano i rifiuti speciali, nascondendoli, tornammo indietro e incendiammo la piattaforma. Non ci sarebbe stato alcuno spettacolo l’indomani.»
«Perché me lo dici oggi, Giacomo?» Lucio, il questore, aveva il tono inquisitorio adesso.
«La notte stessa, – continua Giacomo senza rispondere e lo sguardo perso – arrivarono i vigili del fuoco a spegnere l’incendio, ma tutti pensarono a uno scherzo di qualche ragazzino che si era andato a nascondere per fumare una sigaretta e aveva dato fuoco per sbaglio al legno secco che rivestiva la piattaforma. Finì lì, senza troppe domande, anche perché Le Pantane non era così frequentate come lo è oggi. Il giorno successivo spostammo tutto sulla spiaggetta, lo spettacolo del balletto non andò in scena, ma tutti parlavano della fuga d’amore di Pierre e Céline, di come avessero preso al volo l’occasione di essere fuori dai confini francesi e senza il controllo di Madame per una sera. Tanti ci romanzarono sopra, ma solo io e Primo sapevamo la verità. E sai cosa successe? Mentre eravamo sulla spiaggetta a recitare la favola, facendo finta che il lago fosse un mare, il cielo si rabbuiò e una bufera di vento e acqua si abbatté su Le Pantane. Il nostro spettacolo fu interrotto, ma poco dopo tornò il sereno con tanto di arcobaleno e sai che successe? Due cigni bianchi si alzarono in volo da dietro una tifa e volteggiò sopra le nostre teste, proprio come nella prima rappresentazione ufficiale di Čajkovskij.»
Giacomo sogghigna, gli vien da sorridere, è agitato, il cuore in tachicardia, ma è fermo, stabile, sulla sedia di ferro. Primo versa fiumi di lacrime, Chiara è senza parole. Lucio ticchetta con la gommina sul foglio che ha riempito di appunti.
«Perché me lo dici oggi, Giacomo?» Ripete il questore con più veemenza.
«Perché? – sospira Giacomo – Perché il lago si sta asciugando, la siccità di questa estate e delle precedenti, ha ridotto il livello dell’acqua e se continua con questo caldo, tra qualche mese di acqua non ce ne sarà più. Vedi gli uccelli, le piante? Tutti vivono di acqua, come noi, il nostro bene primario e lo stiamo distruggendo, prosciugando. Ma arriva il giorno della vendetta per tutti. E oggi è il giorno della vendetta di Odette e Siegfried. Vai al centro del Lago, spostati verso ovest, troverai un gruppo di cannucce proprio da sole, lì ci sono due sacchi neri. Vai Lucio fai il tuo lavoro, non ha più senso nascondere, se non ci andrai tu, un pescatore, un turista che fa il giro del lago, un sub, qualcuno troverà i sacchi e io preferisco che sia tu.»
Lucio si alza, tira una riga sull’ultimo foglio e mette tutto nella valigetta di cuoio. Sospira, Giacomo e Primo fanno parte della famiglia, per lui erano zii, amici, compagni grandi di gioco, con Primo fumò la sua prima sigaretta, con Giacomo imparò a remare sul pedalò. Gli pesa questa situazione, ma Lucio amico in questo caso deve lasciare il posto a Lucio questore, che sa fare bene il suo dovere.
«Giacomo, Primo, lo sapete che i reati di omicidio e favoreggiamento in questi casi non cadono in prescrizione?»
«Tranquillo Lucio, io e Primo ti aspettiamo qui, dopo tutti questi anni dona pace a quei due, anche se vorrei che marciscano all’inferno.» e fa segno con il capo verso le cannucce al centro del lago.
Lucio si alza, abbraccia Chiara e se ne va. Quello che ne sarà di Giacomo e Primo è una storia sentita milioni di volte e non tarderanno a venire a galla ancora troppe storie con protagonisti un Pierre e una Céline.

“Una favola bugiarda”
è un racconto scritto da Matesch

per il Festival dei Racconti Brevi di Trevignano Romano Turismo

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