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Tema 2023: Il Mistero delle Pantane

Il laboratorio delle pantane

di I. Samuele, P. Cristian, S. Seniru, S. Eva
da Trevignano Romano
Scuola Secondaria di I grado I.C. Tommaso Silvestri
Classe 1D

Buona lettura

Il laboratorio delle pantane

di I. Samuele, P. Cristian, S. Seniru, S. Eva

Una serata di Luglio, un gruppo di amici si recò al lago di Bracciano, nella zona delle Pantane, per fare un bagno. Si divertirono molto a giocare a palla per tutta la sera, fino a quando il pallone finì in acqua e sembrò essere attratto da qualcosa. Gibbo, uno degli amici, che aveva con sé la maschera da sub, cercò di recuperarla, dal momento che pian piano la vedevano sprofondare. Gibbo andò in profondità per cercare di riprendere la palla, ma toccò una botola: allora, la aprì incuriosito, stava per chiamare gli amici, ma… venne trascinato da un qualcosa.
Antonio, preoccupato, andò a controllare, dal momento che l’amico non risaliva già da qualche minuto, ma di Gibbo non c’era più traccia. Urlò, allora, a Giampiero di chiamare il cugino di Gibbo, Michael, che era più grande di loro e magari avrebbe trovato una soluzione. La prima soluzione fu quella di chiamare la polizia, che arrivò in pochi minuti con la squadra di sub. Ma, anche loro, purtroppo, non trovarono nulla e, dopo giorni, abbandonarono il caso.
Gibbo, molto probabilmente, era stato rapito da un mostro mezzo uomo e mezzo pesce sul quale avevano fatto ricerche tempo prima, il Salaria Fluriatilis. Michael e gli amici di Gibbo si convinsero a cercarlo da soli, per scoprire la verità sul povero ragazzo, nella speranza di trovare una soluzione prima che potesse essere troppo tardi: allora, giocarono nuovamente insieme, lanciando la palla in acqua per ricreare la scena di quella terribile serata. Vedendo che la palla effettivamente sprofondava, nuotarono il più velocemente possibile e anche a loro apparve una botola. Michael, con tanto coraggio, fu il primo ad entrare e gli amici lo seguirono.
Videro due passaggi, uno a destra e uno a sinistra. Decisero di prendere quello a sinistra e alla fine del passaggio trovarono una sospetta porta con su scritto: “NON ENTRARE”, ma loro, animati dalla paura di non ritrovare più Gibbo, entrarono lo stesso. Davanti ai loro occhi si presentò un luogo oscuro, con dei computer e degli esperimenti, sembrava un laboratorio.
Gianpiero vide un foglietto a terra, con sopra un codice morse e lo fece vedere ai suoi amici. Michael riuscì a decifrarlo perché suo padre, ex militare, glielo aveva insegnato.
C’era scritto “ESPERIMENTO 69”.
Iniziarono a cercare sui computer delle informazioni sul mostro e, all’improvviso, si sentì un urlo: era proprio la voce di Gibbo, che diceva loro di andare al terzo computer a destra e inserire il codice “1969”. Gianpiero lo digitò e all’improvviso si sentì un’altra voce, che gli diceva di cercare in un cassetto rosso che si trovava nell’Area B, ovvero il corridoio di destra rispetto alla loro attuale posizione. Andarono, così, dall’altra parte, ma degli occhi rosso sangue girarono l’angolo, facendo rabbrividire i ragazzi. Antonio, con grande determinazione, entrò e si trovò in una stanza piena di celle dove, apparentemente, venivano fatti degli esperimenti. Quella era la base dell’esperimento 69.
Entrando tutti e tre, trovarono Gibbo su un letto, simile a quello di un dentista: il povero ragazzo era circondato da siringhe e lunghi aghi.
Gibbo, dopo essere stato liberato in fretta dagli amici, vide per terra una collana che gli ricordò subito quella del padre, che si pensava fosse morto quando lui aveva solo cinque anni. All’improvviso però, prima che potessero raccoglierla, si piazzò loro davanti un mostro di almeno tre metri e capirono subito che si trattava sicuramente dell’esperimento 69.
Presi dal panico, si finsero morti, accasciandosi sul pavimento, immobili. Il mostro li osservò per qualche istante, scomparendo nell’oscurità qualche attimo dopo.
A questo punto, i ragazzi si rialzarono ed escogitarono un piano per attirare di nuovo l’attenzione del mostro, facendosi però trovare preparati: ormai dovevano andare fino in fondo in quella storia, che poteva rivelarsi pericolosa per tutta la comunità trevignanese. Ad un certo punto, Michael vide il cassetto rosso nella stanza e, incuriosito, lo aprì, trovando una siringa molto strana con sopra scritto “ANTIDOTO 69”. Allora, capì subito che bisognava iniettarlo al mostro.
Così corse subito a cercare la creatura e, dopo averla attirata nuovamente con delle urla, senza alcuna esitazione, le iniettò il liquido contenuto in quella siringa.
Il mostro cadde immediatamente per terra, privo di sensi. Gianpiero raggiunse Michael, trovandolo impietrito a fissare il mostro, che si stava trasformando lentamente in essere umano.
Gibbo, avendo recuperato le forze, dopo essere stato legato per giorni su quel terribile letto, corse a raccogliere la collana che aveva visto per terra prima dell’apparizione della creatura: al suo interno c’era una sua foto con il padre, scattata pochi giorni prima della sua misteriosa scomparsa, fatta passare per morte su tutti i giornali del paese. Il mostro, ormai ritornato umano, rivelò le sue vere sembianze, si alzò e andò verso suo figlio Gibbo: si abbracciarono, finalmente, dopo anni di distanza. Gibbo non credette ai suoi occhi: il padre Carlo gli confessò che, avendolo riconosciuto, lo aveva rapito per iniettargli un vaccino per non farlo diventare come lui, a seguito dei pericolosi esperimenti che venivano fatti in quel posto maledetto da un gruppo di scienziati. Michael corse dallo zio e lo abbracciò affettuosamente, dicendo che ora potevano finalmente tornare tutti a casa. Degli scienziati che avevano compiuto tutti quegli orrori, purtroppo, non ci fu più traccia: probabilmente erano scappati dopo essere stati scoperti.
Gli amici e Carlo ritornarono tutti insieme in superficie e trovarono l’orchidea, l’Elleborina, enorme, decidendo di usarla come canoa e per remare un bastone di Sambuco nero. Accompagnati da un bellissimo germano reale, un airone, una folaca, delle gallinelle d’acqua e perfino da una farfalla Endomis, riuscirono a tornare a riva sani e salvi. Una volta a casa, al sicuro, decisero di “non giocare più a palla così vicini alle Pantane”.

“Il laboratorio delle pantane”
è un racconto scritto da I. Samuele, P. Cristian, S. Seniru, S. Eva

per il Festival dei Racconti Brevi di Trevignano Romano Turismo

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